sabato 21 gennaio 2017

Riti di passaggio in Gennaio


Il nome "Gennaio" deriva dal dio latino-romano Giano (Ianuarius), preposto alle porte, ai ponti, e ad ogni forma di mutamento simbolico e attraversamento: in questo, Gennaio/Ianuarius era un po' la chiave di volta, aprendo le porte al nuovo anno.


Apre il calendario gregoriano per inaugurare una nuova fase della vita, con giornate i cui cieli di Lombardia, tanto decantati dal Manzoni, sono, astronomicamente parlando, i più belli dell'anno: puliti, tersi di uno stupefacente blu cobalto, con i suoi laghi mossi che sembrano riflettere le azzurrità celesti, con tramonti mai così incendiati. Le giornate sono più lunghe e luminose, proprio quando sembrava che il buio, la notte, le pesanti simbologie autunnali e mortuarie, avessero coperto tutto. La magia della Natura inverte l'abisso e di nuovo la luce, come è giusto, riprende il suo posto.
Quando ancora la nostra "civiltà" si lasciava ammaestrare e si leggeva ogni cosa in chiave mitica, la simbologia di Gennaio era insieme una speranza e un insegnamento: quanto più nera e profonda poteva essere la notte, tanto più la luce avrebbe trionfato ancora. E la vita greve e pesante si fa via via più lieve nella luce tersa del solstizio che avanza.

Non si può allora non estrapolare dal nostro vissuto qualche poesia, o filastrocca  che è spiritualmente terapeutica ed evocativa per antonomasia:


Gennaio
Nevica: l'aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco,
cade del bianco con un tonfo lieve.
E le ventate soffiano di schianto
e per le vie mulina la bufera;
passano bimbi; un balbettio di pianto;
passa una madre; passa una preghiera!
(Giovanni Pascoli)
Falò per S.Antonio Abate  a Varese

In Gennaio si propiziano arcaici e antichi riti agricoli un tempo pagani,  opportunamente assorbiti dalla Cristianità come i falò di San Antonio Abate,  protettore dei contadini e degli animali agricoli che cade martedi 17 gennaio. Abbiamo visto in quella data, quei   rioni con chiese intitolate a detto santo (Chiesa del rione di La  Motta a Varese e cappelletta di  Lissago-Mustonate, un suo paesello campagnolo che si affaccia sul lago), grandi  falò che bruciano davanti ai sagrati delle chiese intitolate al santo. Fuochi che squarciano le tenebre nel bel mezzo del gelido inverno.  Detta tradizione di Sant'Antonio Abate è molto sentita anche al Sud, per tutta Italia e nelle Isole, e i loro falò si fanno con sterpi di vite per propiziare l'abbondanza e i buoni raccolti. Se il falò non si accende, per gli agricoltori è un brutto presagio. 

Il fuoco purificatore, ci rimanda al rito di morte-rinascita. Le ceneri che si disperdono nel vento di tramontana renderanno fertile il terreno. I terreni del resto, in questo mese vengono arieggiati, rimossi e ripuliti da vecchie stoppie. "Si porta avanti", la brava gente di campagna - come si dice delle mie parti -   gente che non si fa mai cogliere in fallo dalle stagioni e mesi,  e sempre rispetta il lunario e le sue fasi. Gli animali domestici e da cortile,  vengono benedetti dal prevosto, in una simpatica benevola processione; come “benedetto” era considerato il lavoro dei campi che non poteva svolgersi senza il loro aiuto. E la tradizione perdura tuttora. 
Benedizione degli animali agricoli
In alcune località della bassa  padana sopravvive la tradizione della Giöbia, la vecchia strega, e permane ancor oggi il simbolo dell’inverno da scacciare mediante un enorme falò per far sparire i mali, affinché possa nascere e germogliare rigogliosamente la nuova stagione con i suoi doni di opulenza. E’ un altro rito propiziatorio di origini agricole molto sentito. In particolare a Busto Arsizio, Legnano, Turbigo, nel pavese e  nella bassa lodigiana, dove la Giöbia è impersonata da una vecchia fatta di paglia, di stracci, di pezze e di  altro materiale combustibile, rivestita di vecchi abiti dismessi, che viene issata su cataste di legna e bruciata in piazza l’ultimo giovedì di gennaio. Forse il suo nome trae per l’appunto origine da Giovia (giovedi). Ma ci sono altre versioni etimologiche, altri modi di chiamare "la vecchia"  e altre varianti della vecchia strega da bruciare,  a seconda delle località.


Quel che è certo, rappresenta la brutta stagione invernale da bruciare, col fuoco che crepita e scintilla portando con sé ogni elemento negativo: le malattie, i fardelli della vita ed altro. Era ed è una “festa” pubblica, collettiva, nella quale si mangiavano piatti tradizionali costituiti da risotto con luganega (salsiccia) e polenta con i “brüscitt” (l'umido che si fa con la carne trita) ; poi seguiva il “falò”.
Falò de la Gioeubia

Nelle scuole elementari del basso varesotto e dell'alto milanese questo rito del fuoco  viene accompagnato dalle grida festanti dei bambini, con chiacchiere e frittelle da gustare. Una dolce anticipazione del non lontano Carnevale. 
 E per concludere il mese,ecco  la Merla, e i suoi ultimi tre giorni  più freddi dell'anno magici, taglienti e chiari, con le sue tramontane ululanti, così evocative di leggende del Grande Nord. Secondo una delle tante, i merli, allora bianchi, si dovettero rifugiare all'interno dei comignoli a causa del grande freddo, diventando tutti neri. Poi, dopo molti giorni, credettero che Gennaio fosse passato e  allora sbucarono fuori canzonandolo, ma lui si vendicò e scatenò bufere di neve, vento, gelo, imbiancandoli ancora. E la magia si rinnova ad ogni gennaio di ogni anno.



giovedì 12 gennaio 2017

Elleboro, fiore d'inverno




Tra i pochi fiori di questo rigido periodo invernale va segnalato per la delicatezza della candida corolla pendula, l'Elleboro, fiore da cinque sepali appartenente alla famiglia delle ranuncolacee. Ce ne sono di diverse specie: l'Helleborus niger ( o rosa di Natale), l'Helleborus viridis (foto in basso)  (= elleboro verde) , l'Helleborus foetidus(="cavolo di lupo"), ecc.

L’elleboro era conosciuto e utilizzato dagli antichi per le sue proprietà medicinali. Nonostante conoscessero la reale pericolosità della pianta, si credeva che il decotto delle radici fosse un valido rimedio alla pazzia.  Un esempio di tale credenza lo si riscontra nel poeta Orazio il quale consigliava di recarsi sull’isola di Anticitera (isola greca tra Creta e Cerigo), luogo in cui cresceva l’elleboro, per curare le turbe causate dalla pazzia. Si narra inoltre, secondo un'antica leggenda, che con la medicina ricavata dall’elleboro, furono guarite dalla pazzia le figlie di Preto, re di Argo, che credevano di essere state tramutate in vacche.



Essendo un fiore che sboccia nel periodo decembrino (ma la sua fioritura si protrae fino ai primi di marzo), è ovviamente legato alla tradizione Cristiana. Narra una leggenda che una pastorella vagasse per i campi in cerca di un dono da offrire a Gesù Bambino ma, essendo stato un inverno molto freddo, non riuscì a trovare neanche un fiore da offrire. Disperata per l’accaduto, iniziò a piangere ed il suo pianto attirò l’attenzione di un angelo che si trovava di passaggio. L'angelo si pose vicino alla bambina e tolse un po’ di neve dalla strada... Immediatamente comparvero alcune particolarissime rose bianche dalla corolla semplice che la bimba raccolse per portarle in dono al Bambin Gesù.

Nei boschi e nelle brughiere della provincie del Nord Italia, vi sarà certamente capitato di imbattervi nella specie "elleboro verde", fiore da sottobosco i cui cinque sepali hanno quasi lo stesso colore delle foglie e degli steli (leggermente più chiara la corolla, rispetto alle foglie), fino a quasi creare un singolare mimetismo. Non provate a raccoglierlo e trapiantarlo, perché non si adatterebbe facilmente al di fuori del suo habitat boschivo. L'Elleboro verde perdura fino alle porte della primavera.

Elleboro verde

Essendo un fiore invernale viene chiamato dagli inglesi Christmas Flower, considerato il fiore natalizio per eccellenza. In Francia viene chiamato Rose de Nöel; del resto pure da noi in Italia è conosciuto anche come "Rosa di Natale". Lo troverete esposto nelle vetrine dei fioristi in questo periodo, in suggestive composizioni floreali natalizie: vischio, bacche rosse ed ed elleboro, stelle di Natale bianche, rosse o rosa con ellebori, pungitopo e/o agrifoglio ed elleboro, e via con la fantasia floreale.





domenica 11 dicembre 2016

Escher ed Eschermania



Vale la pena di recarsi a vedere a Palazzo Reale a Milano la mostra di Mauritz Cornelis Escher prima che abbia termine il 22 gennaio 2017. E le vacanze natalizie sono l'ideale per farlo.  Molto successo ha ottenuto  questa esposizione aperta a scolaresche d'ogni ordine e grado che possono fruire nel percorso espositivo, di una singolare esperienza percettiva.  Oltre 200 opere suddivise in sei sezioni. La mostra è promossa dal Comune di MI e prodotta da Arthemisia Group e Gruppo 24 ore in collaborazione con la M.C. Escher Foundation. 
Si tratta in prevalenza di xilografie, litografie e mezzetinte che tendono a presentare costruzioni impossibili, esplorazioni dell'infinito, tassellature del piano e dello spazio e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme via via differenti. Siamo agli inganni visivi del concavo che sembra convesso e del convesso che sembra concavo. Dei pesci che sembrano sagome di uccelli e viceversa.  L'artista seguì infatti i dettami della Psicologia della Gestalt ed era molto attento all'ambiguità delle forme e delle strutture.  Le opere di Escher sono molto amate dagli scienziati, logici, matematici e fisici che apprezzano il suo uso razionale di poliedri, distorsioni geometriche ed interpretazioni originali di concetti appartenenti alla scienza, sovente per ottenere effetti paradossali. In tutte le sue opere non vi è solo la fredda logica delle scienze esatte, ma mondi naturali con panorami, scorci, piante ed animali reali o immaginari intervengono ad arricchire i suoi lavori in un'ottica straordinariamente globale. Il mondo di Escher è sospeso  in bilico fra l'onirico- visionario, e il logico e geometrico. Per questo risulta ancor oggi che siamo smaliziati agli "effetti speciali", così originale e singolare. Anche nella natura e nel paesaggio sembra cogliere simmetria, geometria (è stato grande appassionato in cristallografia), prospettive ingannevoli, sfide alla legge di gravità, stratificazioni minerarie stupefacenti.



Escher  nacque a Leeuwarden, in Olanda il 17 giugno 1898 e sempre in Olanda morì nel 1972. Nel 1903 la famiglia si trasferì a Arnhem, dove il giovane Maurits ricevette la prima educazione nelle scuole elementari locali; «Mauk» (come era affettuosamente soprannominato in famiglia), sebbene eccellesse nel disegno, prendeva voti generalmente bassi, tanto che dovette ripetere il secondo anno. Sempre ad Arnhem, inoltre, prese lezioni di carpenteria e pianoforte fino all'età di tredici anni.

Nel 1918, Escher passò all'università tecnica di Delft, che abbandonò nel 1919 in favore della Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem, dove apprese i rudimenti dell'intaglio. Intuendone il talento artistico, il padre incanalò le inclinazioni del figlio nello studio di architettura. Ma nello Lo stesso anno, infatti, egli incontrò il grafico Samuel Jessurun de Mesquita, che lo persuase ad iscriversi presso i suoi corsi di disegno; l'entusiastico sostegno di quest'ultimo fu fondamentale per il suo sviluppo come artista grafico, tanto che anche terminati gli studi Escher sarà legato al suo maestro - che egli riterrà l'unico - da un saldo vincolo d'affetto.

Fondamentali furono i suoi viaggi di formazione in Italia. Così gli occhi del grande artista si posarono tanto sulle meraviglie dell'arte offerte dal nostro paese (è il caso di "Tetti di Siena" del 1922) e "Notturno Romano: il Colosseo" del '34) quanto  il suo paesaggio naturale con puntigliosa attenzione per le architetture marinaresche raggruppate sui promontori come le incisioni dedicate a Scilla, Morano, Santa Severina e Tropea in Calabria. Poi c'è il ciclo abruzzese ispirato al suo viaggio in Abruzzi e Molise.  Si avverte in alcune incisioni sui paesaggi italiani, anche la lezione del nostro grande incisore Piranesi.
Scilla 

E ancora di più Escher fissa la sua attenzione sulle piccole cose trattati da architetture naturali "Soffione" (1943), "Scarabei" (1935) e Cavalletto (1935).

Nei suoi viaggi in Spagna Madrid, Toledo e Granada fu proprio l'Alhambra di Granada (famoso palazzo moresco del Trecento) colpirono nel profondo il giovane artista. Furono soprattutto i particolari arabeschi  (come quello sottostante) ed i motivi grafici ricorsivi e ricorrenti che adornano gli interni del complesso residenziale spagnolo a lasciare un'impronta profonda sulla fantasia di Escher, che avrà modo di rielaborarli nelle sue memorabili tassellazioni.




Snodo centrale della mostra è il momento della maturità artistica coi temi della tassellatura, delle superfici riflettenti. e degli oggetti che grazie al suo speciale soggettivismo diventano impossibili come la celebre "Mano con la sfera riflettente" (1935), quasi un'immagine simbolo del suo mondo geometrico-visionario dove spicca un suo autoritratto all'interno della sfera che riflette anche la sua stanza-studio (immagine in alto) mentre la sua mano all'interno risulta deformata "Altro mondo II" (1947) una xilografia costruita in tre blocchi ispirata al tema della relatività einsteiniana, della funzione di un piano che svolge contemporaneamente tre ruoli diversi. In una struttura cubica sono riuniti infatti tre differenti punti di vista su un mondo fantastico: quello orizzontale, quello dall'alto verso il basso e quello dal basso verso l'alto, in modo che l'orizzonte, il nadir, il punto di fuga delle verticali in basso, e lo zenit, il punto di fuga delle verticali in alto, coincidano.


Casa di scale

Magica, inquietante e  visivamente paradossale è "Relatività o Casa di scale" (1953) dove l'artista sembra quasi sfidare la legge di gravità, "Belvedere"  (1958), "Pozzanghera" (1952) riprende il tema delle superfici riflettenti: gli alberi  capovolti e riflessi in una pozzanghera, sono quasi più suggestivi di quelli veri.

Tre mondi


L'opera che prediligo (ma è opinione del tutto soggettiva e scegliere in mezzo a tanti capolavori è  del tutto arduo)  è  forse "Tre mondi" dove  l'acqua tremolante di uno stagno in autunno connette in maniera naturale tre componenti diverse: la prima sono le foglie cadute da un faggio che galleggiano verso un orizzonte ignoto e suggeriscono la superficie dell'acqua; la seconda, il riflesso di tre alberi in lontananza; quindi la terza, un pesce in primo piano, sotto il pelo dell'acqua. L'acqua ha la triplice funzione di superficie, profondità e riflesso del mondo soprastante presentando un intreccio di mondi reali e mondi riflessi, in cui il pesce e le foglie, rappresentati come oggetti "reali", si confondono con gli alberi riflessi, fino a indurci a chiedere che cosa è reale e cosa riflesso.

La Pozzanghera


La Metamorfosi I” e la "Metamorfosi II", e  "Metamorfosi III" realizzate dal 1940 al 1968 rappresentano una sorta di grande sintesi riassuntiva delle sue opere. Nel lungo pannello posto alla fine del percorso espositivo, le figure cambiano e interagiscono con le altre e a volte addirittura si liberano e abbandonano il piano in cui giacciono, in una lunga sciarada visiva dai molteplici significati.




In epoca di riproducibilità tecnica dell'arte, si è sviluppata in seguito una vera e proprio Eschermania di culto, ripresa nel cinema, nel fumetto, nelle copertine dei dischi, nella pop-art,  nella pubblicità e nei videoclip musicali.

David Bowie in "Labyrinth" con fondale ispirato a "La casa delle scale " di  Escher


I Rolling Stones chiesero di poter adottare i suoi disegni nelle copertine dei loro dischi, ma non fu loro consentito. Tuttavia molti degli effetti speciali cinematografici hanno ripreso  numerosi suoi motivi prospettici deformanti e distorcenti (è il caso del  film fantasy "Labyrinth" interpretato da David Bowie con fondale ispirato a "La casa delle scale"). 
Immancabile pertanto, una sezione speciale dedicata a quanto Escher è stato (e continua ad essere) influente nella modernità e postmodernità.




venerdì 14 ottobre 2016

Il mondo storto secondo Corona



Chi passa dalle parti di Erto e Casso, i due paesi al confine fra il Veneto e il Friuli, noterà che si tratta di una montagna povera, brulla fatta di case-fantasma di pietra. Casa rese ancora più spettrali dal fatto di essere in buona parte disabitate e dal fatto di essere raggruppate nei due villaggi della desolata valle del Vajont. Benché villaggi adiacenti, si piccano di parlare un dialetto diverso: a Erto si parla un ladino dolomitico, mentre a Casso, un alto veneto bellunese. Casso è ancora sotto la provincia di Belluno, Erto, sotto quella di Pordenone. Non ci sono più di un paio di bar e un punto ristoro. Stupiscono gli atelier di intagliatori di legno. Forse perché c'è tanto tempo da impiegare e chi resta non sa come ingannarlo, ma un po' tutti, da quelle parti, sono capaci di "intagliare" e di lavorare il legno. Nel video sottostante lo vedete alle prese con una delle sue imprese alpinistiche con un equipaggiamento del tutto minimalista e approssimativo.  Sono questi i paesaggi di Mauro Corona, scrittore, scultore in legno e alpinista, e qui, tutto parla di lui e dei suoi romanzi. Corona è un personaggio originale con l’immancabile bandana in testa sopra la folta chioma grigia,con quella faccia che sembra intagliata nella roccia delle sue montagne, e scrive romanzi distopici sulla fine dell' "uomo tecnologico" che non è più in grado di cavarsela con le proprie mani. 



Mi è capitato di leggere "La fine del mondo storto", il libro per il quale vinse il premio Bancarella nel 2011. Nel 2014 vince il Premio Mario Rigoni Stern. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Perfino in cinese e giapponese. 

Ma Corona non ha trascurato l'altra sua grande passione, l'arrampicata. Nel 1977 comincia ad attrezzare le falesie di Erto e Casso, oggi meta molto frequentata dagli alpinisti di tutto il mondo, proprio grazie a lui. In pochi anni scala le Dolomiti del Friuli, per poi spingersi fino in Groenlandia e in California sulle pareti della Yosemite Valley. Oggi diverse vie di scalata portano la sua firma. La sua passione per la scrittura nasce dagli articoli e reportage sull'alpinismo che inviò al Gazzettino. Poi da lì, passò al romanzo. E ai romanzi.

Ma vengo al suo  più famoso "Mondo storto", anche se di romanzi aventi per tema la montagna e le sue asprezze, o comunque la lotta tra l'uomo e la Natura,  ne ha scritti tanti.

Un brutto giorno il mondo cosiddetto "civilizzato" si sveglia e scopre che è esaurito il petrolio e tutti i suoi derivati, l'energia elettrica, e tutto quanto serve per riscaldarsi. L'inverno inclemente con il suo freddo e gelo, incombe con la penuria di viveri e di tutto quanto serve a rendere confortevole i focolari domestici; le città sprofondano nel buio, senza traffico né il consueto vociare della gente, né la musica che proviene dai locali a cui ormai siamo abituati. La repentina caduta di quel mondo, seleziona anche gli uomini non più abituati a procacciarsi cibo e legname dai boschi che ormai non vengono più curati. Pertanto, per poter sopravvivere, essi bruciano il mobilio delle loro case: scaffali, tavoli, panche, sedie, biblioteche e perfino enciclopedie e libri in uno scenario da incubo. La cosa fa riflettere il lettore al punto da domandarsi: che cosa risparmierei in caso di dure necessità come queste? Cosa brucerei per ultimo? Che cosa sacrificherei alle fiamme per primo? Ma di fronte ad un inverno glaciale, tutto diventa fatalmente "superfluo", fosse anche un amato pianoforte.


In questo spettrale scenario che falcia molte vite, gli uomini capiscono per forza di cose che se vogliono sopravvivere a questo inverno di carestia e di gelo, devono rifarsi agli antichi saperi degli antenati, seguire il loro viatico e i loro insegnamenti. Avi che erano in grado di procurarsi cibo e legna con le loro mani, curarsi con le buone erbe e le buone bacche ricavate dalla natura sapendole distinguere da quelle velenose; perfino i raffreddori, con le gemme di pino mugo. Saper accendere fuochi, imparare a catturare uccelli col vischio o a creare trappole per i caprioli con i rami piegati degli alberi.... Chi resiste in questa dura selezione naturale, rassomiglia molto ai superstiti attuali di Erto e Casso nella valle del Vajont: individui dai volti asciutti e duri come pietra che sembrano averci "il callo del vivere" - come scrive Corona ricorrendo a questa efficace espressione. La vita e le sue tribolazioni, le sue emergenze e imboscate repentine non fa loro paura, dato che ci hanno fatto il callo. Perciò vanno avanti, lenti e i longevi, e i più forti, lasciano i più deboli sul terreno continuando il loro calmo avanzare. Tuttavia le difficoltà estreme, riescono a compiere il miracolo di ricostituire le comunità perdute. Di rendere gli uomini più uguali e solidali nel momento del bisogno. Ai rumori molesti dei decespugliatori e dei rasa-erba che vanno a elettricità, si sostituiscono i gesti solenni e uguali delle ranze usate per falciare l'erba a mano o delle piccozze al posto delle motoseghe per abbattere gli alberi. Arriverà, fra mille peripezie, la tanto agognata primavera. Ma qui non posso anticipare il finale per chi non avesse ancora letto il libro, dato che il lieto fine non è assicurato. E il destino degli uomini resta sospeso e incerto, a causa dei loro egoismi e della loro avidità.


Non mancano critici e detrattori che rimproverano a Mauro Corona uno stile troppo vernacolare e colloquiale. Ma a mio avviso è del tutto funzionale al racconto, alle tematiche che affronta, agli ambienti e ai paesaggi che ha vissuto e che sa descrivere in modo  vivido senza dover ricorrere a orpelli letterari.



    Altri romanzi di Mauro Corona
    L'ombra del bastone, Milano, Mondadori,
    I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori,
    Storia di Neve, Milano, Mondadori,
    Il canto delle manére, Milano, Mondadori,
    Come sasso nella corrente, Milano, Mondadori,
    La voce degli uomini freddi, Milano, Mondadori,
    La via del sole,Milano, Mondadori

venerdì 5 agosto 2016

Terra e Mare, rilettura di un classico



Che cos'è un classico? Forse, un libro che non finisce mai di suggerirci qualcosa. "Terra e mare" di Carl Schmitt è un saggetto in formato tascabile della Adelphi, adatto da portare in vacanza e tenere sul comodino. Il suo autore lo pubblicò nientemeno che nel 1942, dedicandolo alla propria figlia di nome Anima. In esso si trovano ancor oggi, molti spunti interessanti di quella "rivoluzione spaziale planetaria" che a partire dal periodo elisabettiano si è protratta fino ai nostri giorni, continuando con l'attuale globalizzazione, la quale potrebbe essere definita il mercantilismo dei nostri giorni. L'idea-fulcro di Schmitt, giurista, filosofo della politica e del diritto tedesco, è che la storia del mondo sia storia della lotta tra le potenze marittime contro le potenze terrestri, storia del Leviatano (la possente balena della Bibbia – libro di Giobbe) contro Behemot, l'animale mitico terrestre che si immaginava come un possente toro o elefante (o anche ippopotamo). Forse anche orso o Mammut.


La regina Elisabetta fu certamente ritenuta la grande fondatrice del dominio inglese sui mari. Fu lei a iniziare la guerra contro la Spagna, potenza mondiale cattolica e fu sotto il suo governo che l'Armada Spagnola (detta "l'invincibile") venne sconfitta nel 1588 sulla Manica. Fu sempre lei a onorare pirati come Francis Drake e corsari navigatori come Walter Raleigh entrambi insigniti del titolo di "sir" da lei stessa. E fu sotto il suo regno che prese avvio nel 1600 la leggendaria Compagnia delle Indie Orientali. In precedenza gli inglesi erano allevatori di pecore che mandavano la lana nelle Fiandre per trasformarla in tessuti. Con la citata sovrana invece affluivano all'isola britannica i favolosi bottini dei corsari e dei pirati. "La regina si rallegrava di tali tesori e se ne arricchiva".


Un ottimo esempio di capitalismo di rapina e di quelli che divennero ben presto corsairs-capitalists (capitalisti corsari) è offerto da Schimtt attraverso le vicende piratesche della famiglia Killigrew di Cornovaglia.
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I Killigrew organizzavano gli assalti e le scorrerie, appostavano le navi che si avvicinavano alle loro coste, vigilavano sulla spartizione del bottino e vendevano quote, carichi e uffici. Il palazzo che la famiglia abitava sorgeva direttamente sul mare in un settore chiuso del porto di Falmouth, ed era dotato di un passaggio segreto per giungere ai moli. Quando la nobile Lady Killigrew diventò l'abile ed efficiente collaboratrice del marito, aveva già avuto modo di assistere nella sua attività, il padre, un insigne gentleman pirate. Provvedeva, pertanto, personalmente ad alloggiare pirati in casa sua ed era la più ospitale delle padrone di casa. Di rado l'attività della famiglia Killigrew fu disturbata o addirittura impedita dalle autorità regie, che sapevano e lasciavano fare.

Il saggio di Schmitt la cui prima edizione in Italia è del 2002 e che in seguito ebbe numerose ristampe, è un affascinante amalgama di interpretazione storica, e teoria politica, mitografia e teologia, filosofia ed un pizzico di esotorismo che contiene felicissime intuizioni anche sul ruolo di quello che sarà il continente americano: "la vecchia e troppo piccola isola, insieme a tutta la potenza marittima mondiale costruita su di essa, doveva essere agganciata alla nuova isola e portata in salvo da una gigantesca nave da salvataggio" (scrive l’autore). Sono pertanto gli Stati Uniti d'America la vera grande "isola contemporanea". Soprattutto nella realtà dei fatti si è già insediato sulla scena mondiale il vero nuovo "arbitro della terra", gli Stati Uniti d'America. Schmitt spiega il suo ruolo giuridico-internazionale richiamandosi alla celebre dottrina Monroe del 1823. La piccola isola d'Albione che si fonde con "l'isola maggiore" d'Oltreatlantico, nasce da un "bisogno conservatore di sicurezza geopolitica".



Razza, lingua, cultura e religione anglo-protestante ne sono elementi aggiuntivi certamente idonei alla sua composizione. E la predazione dei Leviatani continua fino ai nostri giorni...Qualcuno li fermerà? e se sì chi sa chi sarà il nuovo Behemot, l'animale mitico di terra, in grado di imbrigliarli? . De te Fabula narratur. 

giovedì 22 gennaio 2015

Il caso Houellebecq e la distopia di Sottomissione

Chi cerca nel libro di Michel Houellebecq "Sottomissione", un'invettiva  contro l'islam alla Fallaci è sulla falsa pista. Non è nemmeno un'analisi sull'islamizzazione in Europa alla Bat Ye'or autrice di "Eurabia".
Sottomissione (Soumission), uscito durante gli attacchi terroristici di Parigi (una pubblicità involontaria, di cui l'autore avrebbe forse fatto a meno) non è un testo "islamofobo". E tuttavia è un libro "disturbante" che non saprei come classificare. Distopico? Fantapolitico? Metafisico? E' scritto in uno stile volutamente dimesso e disadorno, come dimesso e sciatto si presenta Houellebecq (capelli trascurati e pure senza denti), ma certamente funzionale alla distopia di una Francia nell'anno 2022. 
Il Front National è da tempo il primo partito, assestandosi oltre il 30%, ma la sua ascesa al potere è fermata da sempre nuove “coalizioni repubblicane” che ricompattano destra UMP e sinistra socialista (ai minimi storici) nella sacra alleanza contro i "fascisti". È andata così nel 2017, che ha riconfermato un governo socialista ridotto a lumicino in una nazione sempre più di destra e gelosamente conservatrice. Questa la cornice storico-politica nel quale si muovono i personaggi. 
I personaggi (in particolare il protagonista di 40 anni) sembrano uomini un po' catatonici senza qualità particolari. Del resto nella sovracoperta del libro è scritto "Ero un uomo di una normalità assoluta". L'uomo assolutamente normale che tuttavia vive suo malgrado, vicende ben poco normali è François un docente universitario di letteratura, studioso di Huysmans l'autore del celebre "A' rebours" ("Controcorrente", o "A ritroso" a seconda delle traduzioni), già libro di culto di Oscar Wilde.

Le lotte politiche e i movimenti di piazza hanno il sopravvento sulle persone che quando si incontrano è di questo che parlano, come fossero deprivate di un vero destino. E' come se la politica (o meglio, la malapolitica) dell'Unione Europea avesse strappato la storia, il tempo e le giornate alla gente comune. I media mainstream in realtà hanno sostituito la letteratura, la pubblicità e i suoi slogan ha preso il posto della poesia, il microonde, della buona gastronomia, i supermercati delle botteghe artigiane e storiche, il pc o gli smartphone, hanno fatto a pezzi la vera comunicazione dal vivo. François non cucina mai: scalda a microonde cibi preconfezionati. Del resto non ha una famiglia alle spalle. Non vive storie sentimentali, ma sessuali. Sesso consumato tra un corso e l'altro e raccontato in modo esplicito e perfino sgradevole. Se non c'è quello reale, c'è quello virtuale su You Porn. O bazzica siti web di inserzione per rimorchiare escort. Alla fine del corso universitario, la lei in oggetto, per una ragione o per l'altra sparisce. In questo scenario desolante e precario avvengono tumulti e scontri interetnici che se non si ha la chance di vedere dal vivo, non vengono mai ripresi dai media mainstream. Parigi non è sicura, come non sono sicure molte delle capitali europee. Abitare in un quartiere cinese, è considerato il massimo della sicurezza, perché lì in questa enclave, le altre etnie non si azzardano a penetrarvi. In tutta questa precarietà e insicurezza i personaggi come François e i suoi colleghi docenti, sembrano gli ultimi a rendersi conto di quanto avviene realmente.



Molti ebrei , tra i quali Myriam una delle studentesse amanti di François, hanno optato per l'Aliyah (il ritorno) in Israele. Il che suona strano al protagonista: lasciare un paese come la Francia nel timore di correre ipotetici pericoli, per emigrare in un paese dove i pericoli erano reali. Ma "Israele era in guerra sin dalla propria origine, e gli attentati e gli scontri sembravano inevitabili, e comunque non impedivano di godersi la vita".
In mezzo a questo sfacelo, che ha il suo culmine fra lotte di movimenti identitari situati a destra del Front National, contro gruppi di immigrati, con sparatorie e morti (puntualmente censurate dai media), ecco affacciarsi gradualmente una nuova forza politica in qualche modo "pacificatrice" e perfino "unificante".
E' emerso sulla scena politica, il partito dei Fratelli musulmani, con a capo l’ambizioso Mohammed Ben Abbes, leader con la faccia da "simpatico droghiere tunisino". Questa terza forza emergente fa da traino al cupio dissolvi della vecchia guardia socialista di Hollande, che si allea con lui insieme al centro di Bayrou, in posizione subordinata, pur di non favorire il Front di Marine Le Pen.



Ben Abbes ha studiato all'Ena (prestigiosa scuola per preparare la classe dirigente francese) e il suo progetto è simile a quello dell'imperatore romano Augusto. Non è un predicatore fanatico ma uomo colto, sempre pronto al dialogo, che prende le distanze dalle violenze e si rende protagonista di un progetto di governo “credibile”. Mostra di sapersi comportare come un vero statista. Sotto la sua guida, la Francia riacquista serenità, crescita, aumento di PIL, vigore intellettuale e sociale. Piano piano, tutti gli stati arabi della sponda sud del Mediterraneo vengono ammessi nella Ue. Del resto esisteva già l'Union des Peuples Mediterranéens, proprio per pervenire a questo scopo. La sede della commissione europea viene simbolicamente spostata a Roma, quella del Parlamento ad Atene. La lingua francese diventa lingua veicolare per gli scambi commerciali, rinvigorita dai ritrovati buoni rapporti col mondo arabo e Parigi, la vera capitale d'Europa. Insomma, più che una colonizzazione vera e propria, si tratta di una trasferimento dei poteri.
Piovono ovviamente petrodollari dall'Arabia Saudita e da altre petromonarchie, per la Sorbona e per le scuole francesi d'ogni ordine e grado. Di fronte a denari (tanti) e a stipendi da Mille e Una notte, anche all'esangue François, che perde il posto a causa del passaggio di poteri durante la fase di transizione, non gli resta che convertirsi. Riacquisterà il suo incarico con stipendio superiore al precedente. Si converte di buon grado, anche perché il Corano promette delizie poligamiche che servono a restituire ai fiacchi occidentali, la virilità perduta: una donna matura in cucina, una giovanissima a letto e altre figure femminili intermedie per ogni esigenza. Le varie Aisha, Malika, Kalida, Fatima ecc. prendono il posto di donne occidentali belle, sexy ed emancipate al lavoro, ma stanche e isteriche quando rientrano a casa. Tutte armi convincenti per imporre la "sottomissione". Presto molti docenti universitari francesi si "convertiranno" per emulazione collettiva e per inseguire i loro tornaconti. Economici e non...



Se Houllebecq voleva fare una critica radicale ad un'Europa e in particolare ad una Francia senz'anima e cedevole, ignava e "collaborazionista" nel suo ceto borghese decadente e fiacco, ci è riuscito. Il laicismo e l'ateismo sono, come ho spesso ricordato, "contenitori vuoti" incapaci di ricucire ogni coesione sociale, specie di fronte alle sfide globali, ad una minaccia come l'islam, e al comunitarismo in generale..

Meno convincente, quando vuole descriverci la palingenesi del suo protagonista dopo la "conversione" : l'incarico di pubblicazioni prestigiose presso la collana editoriale les Pléiades su Huysmans ottenuto per mezzo di Robert Rediger, un rettore ex identitario di destra, convertitosi all'islam; lo stipendio maggiorato, ma soprattutto le tre ancelle velate che gli ronzano amorevolmente intorno prodigandogli ogni cura, dopo che alla grande moschea di Parigi ha pronunciato le formule di rito "Testimonio che non c'è divinità se non Dio (Allah) e che Maometto è il suo profeta".

Resta da vedere: 
a) per quanto tempo le donne arabe avranno voglia di "sottomettersi" ai loro uomini-sceicchi, accontentandosi di preparare gustose focaccine.
b) se sarà così facile convertire a questo stile di vita le attuali donne europee.

Ma questo ovviamente è un altro libro.


«Se si vuole continuare a essere misogini con la benedizione dei sostenitori del politicamente corretto, l’islam alla Houellebecq è la la soluzione»,conclude nell'intervista sottostante Michel Onfrey.

Qui l'interessante intervista di Stefano Montefiori a Michel Onfrey sul libro "Sottomissione":


http://www.navecorsara.it/wp/2015/01/05/leuropa-sottomessa-oggi-ai-mercati-domani-allislam/#more-70818

domenica 28 dicembre 2014

Le poesie del Grande Freddo


Siamo entrati tra il 21 e il 22 nel solstizio di inverno. Tutti conoscono Sol Invictus ("Sole invitto") o in modo più completo Dies Natalis Soli Invicti , un appellativo religioso usato per diverse divinità nel tardo Impero romano: Helios, El-Gabal, Mitra che finirono per essere assimilate, nel periodo della dinastia dei Severi, all'interno di un monoteismo "solare".La terminologia relativa alla luce e alle sue fonti: lucerna, fuoco, stelle, luna e -primo fra tutti- sole, si riferisce innanzitutto alla loro realtà fisica. In seguito all'esperienza umana questi termini si caricarono di ulteriori significati mistici e divennero metafora o simbolo, assumendo  di volta in volta,
significati più ampi e complessi. Nella tradizione cristiana, il Natale celebra la nascita di Gesù a Betlemme da Maria. Il racconto ci è pervenuto attraverso i vangeli secondo Luca e Matteo, che narrano l'annuncio dell'angelo Gabriele, la deposizione nella mangiatoia, l'adorazione dei pastori.

Il solstizio d’inverno ricalca anche la simbologia della morte e della rinascita, incarna la morte del vecchio dio Sole e la nascita del Sole giovane e pieno di vitalità (il  citato “Dies Natalis Soli Invicti” – il giorno di rinascita del Sole Invitto), come anche la morte del seme nella terra, simbolo del grembo materno, che lo conserverà fino alla sua rinascita e germinazione. 

Il solstizio d’inverno veniva celebrato con grandi fuochi, candele, falò che servivano a radunare gli amici per festeggiare le giornate che si allungano man mano e la fine della lunga notte. Ovvero,  la rinascita del mondo. Oggi con le modificazioni climatiche in atto, le grandi brinate che finemente decorano erba, foglie e rami di piccoli aghi di ghiaccio, la galaverna coi suoi pittoreschi rivestimenti cristallini, le abbondanti nevicate sono un ricordo lontano. I primi fiocchi di neve e i primi veri freddi di questi giorni, sono pertanto una grande festa.  Restano però pagine bellissime, quadri, poesie a ricordarci le nostre orme  lontane nella neve.



Inverno a Milano
Vedete là nel cielo, in quel piccolo sole
d'inverno tra le nebbie, un ricordo del sole?
Come la luna guarda e si lascia guardare.
Milano a mezzogiorno è già crepuscolare.
E gli alberi anneriti in quel freddo d'argento
hanno rami gentili, a tratti passa il vento,
un vento senza voce, a poco a poco imbruna.
Solo il piccolo sole come una grande luna.
Così il Duomo fiorito di grigio e di lichne
Appare nelle nebbie delle notti serene

Alfonso Gatto







Dal cielo tutti gli Angeli
videro i campi brulli
senza fronde né fiori
e lessero nel cuore dei fanciulli
che amano le cose bianche.
Scossero le ali stanche di volare
e allora discese lieve lieve
la fiorita neve.

Umberto Saba

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Il testamento di un albero
Un albero d’un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento
“Lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi,
tutti i semetti a voi,
a voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate la canzone
nella bella stagione …
E voglio che gli stecchi
quando saranno secchi,

facciano fuoco per i poverelli.

Trilussa





Un Dolce Pomeriggio d’Inverno

Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavano via leggiere e belle
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
C. Betocchi

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Bacche e ruggine 
L'accendersi improvviso delle lampade
nella nebbia del ponte,
l'arcana luce dei tuoi capelli
neri riflessa dall'acqua che si muove.
E giorno d'inverno ha fiorito
di bacche le siepi deserte, di ruggine
vestito i cancelli, il silenzio
dura sino a notte.

Attilio Bertolucci

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Giorno d’inverno 
Nevica: l'aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco,
cade del bianco con un tonfo lieve.
E la ventata soffia di schianto
per le vie mulina la bufera;
passano bimbi; un balbettio di pianto;
passa una madre; passa una preghiera!

Giovanni Pascoli
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Paesaggio invernale 
Respirano lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo, via via.
Le candide strade si fanno più zitte:
le stanze raccolte più intente.
Rintoccano l'ore. Ne vibra
percosso ogni bimbo, tremando.
Di sopra gli alari, lo schianto d'un ciocco

che in lampi e faville rovina.

Rainer Maria Rilke





Auguri di Capodanno
Io credo all'uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio sull'umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco:
porta, certo, il buon anno.



Diego Valeri




Ai lettori e internauti, un sentito Augurio di Buon Anno!